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    Covid-19 e ageism: gli effetti della pandemia sulla percezione dell’invecchiamento

    Covid-19 e ageism: gli effetti della pandemia sulla percezione dell’invecchiamento

    Uno studio analizza come le diverse soluzioni adottate con l’intenzione di tutelare gli anziani possano in alcuni casi aver avuto effetti negativi sull’inclusione degli anziani nella società, sulla loro salute e sulla loro autostima

    Già dai primi dati relativi all’emergenza da Covid-19, raccolti a inizio anno in Cina e in Italia, era emerso che la fascia di popolazione messa più duramente alla prova per la gravità dei sintomi fosse quella dei più anziani. Man mano che l’epidemia si è allargata al resto del mondo, divenendo pandemia, il dato è stato confermato anche in altri Paesi, compresi gli Stati Uniti. Proprio partendo dai dati statunitensi, e collegandosi a precedenti analisi, uno studiopubblicato su American Psychologist ha esaminato le iniziative positive e negative che ci sono state nei confronti degli anziani durante la pandemia da Covid-19, e le conseguenze che queste avranno nell’immediato e poi a lungo termine nella percezione dell’invecchiamento.

    Tra le iniziative positive, volte a proteggere la fascia della popolazione più vulnerabile al virus, la nascita di servizi specifici da parte dei negozianti, che hanno offerto agli anziani la possibilità di fare la spesa in determinate fasce orarie, meno affollate, o di usufruire gratuitamente del servizio di consegna a domicilio. Anche le residenze sanitarie assistenziali si sono dovute adeguare alla raccomandazione di evitare quanto più possibile i contatti fisici: tuttavia per far sì che non si interrompessero del tutto le comunicazioni hanno sostituito le visite dei familiari con le videochiamate. Queste risposte di adattamento all’emergenza hanno migliorato sia l’auto-percezione dell’invecchiamento che la percezione dell’anziano nella società, comunicando apprezzamento e una maggiore empatia nei loro confronti.

    Talvolta, però, anche le risposte positive possono avere degli effetti negativi, anche se non intenzionali. L’isolamento sociale può infatti aumentare il senso di solitudine, soprattutto negli anziani che vivono lontano dal loro nucleo familiare. Il che può riflettersi in un peggioramento delle condizioni di salute fisica e mentale, come già documentato prima del Covid-19. La solitudine aumenta le probabilità di co-morbilità, il rischio di demenza, l’ansia, la depressione, il rischio di comportamenti negativi per la salute, e anche la mortalità. Inoltre, secondo gli autori dello studio, le risposte positive e “protettive” nei confronti degli anziani potrebbero alimentare lo stereotipo che li vede come la fascia debole della popolazione, da aiutare perché fragile e dipendente. Questo ‘ageismo’ benevolo può non solo diminuire il benessere e l’autostima degli over 65, ma anche causare errori di trattamento in ambito sanitario, dovuti a un approccio meno aggressivo.

    Proprio in ambito sanitario si sono registrate delle risposte negative, come l’assegnazione del grado di priorità più basso agli anziani al momento del ricovero. Un peggioramento dell’assistenza sanitaria si è avuto anche nelle strutture di ricovero a lunga degenza, dove la mortalità è stata alta probabilmente a causa di una risposta lenta e inadeguata. Secondo gli autori, inoltre, il numero di decessi maggiore tra gli over-65 potrebbe aver portato i giovani a pensare che la malattia da Covid-19 colpisse solo le persone più anziane, e a ritenerle perciò colpevoli delle limitazioni alla normale vita sociale imposte dal lockdown. Tant’è che negli Stati Uniti è nato l’hashtag #BoomerRemover, in riferimento alla pandemia da Covid-19, che è discriminatorio e poco empatico nei confronti dei boomers (gli over 65). Per quanto riguarda invece l’ambito occupazionale, l’allontanamento sociale ha fatto nascere nuove modalità di lavoro, in smart-working, che hanno comportato difficoltà di adattamento nei lavoratori più anziani. Negli Stati Uniti ciò potrebbe aver già causato un aumento delle richieste di pensionamento anticipato e, nel lungo periodo, potrebbe determinare una maggiore instabilità finanziaria.

    Se le “buone” intenzioni possono indurre conseguenze negative, è facilmente intuibile l’effetto delle “cattive”. Le discriminazioni basate sull’età hanno determinato preoccupazioni sull’adeguatezza dell’assistenza sanitaria ricevuta, soprattutto nei malati cronici. Diverse ricerche hanno mostrato come lo stesso ageismo possa portare a un peggioramento delle condizioni di salute dovuto all’auto-convincimento di essere un peso per la società. Inoltre, gli stereotipi negativi sugli anziani possono generare l’ansia dell’invecchiamento anche nei più giovani, oltre che minare le interazioni intergenerazionali.

    In conclusione, per gli autori, la pandemia da Covid-19 ha fatto emergere il bisogno di ripensare tre settori fondamentali: l’assistenza sanitaria, le politiche occupazionali e la sensibilizzazione dei cittadini sull’invecchiamento. Solo così è possibile evitare discriminazioni nei confronti dei più anziani e favorire la loro inclusione attiva nella società.

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