Una revisione sistematica pubblicata su Nutrition, nata nel percorso delle linee guida promosse dall’Istituto Superiore di Sanità, associa una maggiore aderenza al modello mediterraneo a una minore fragilità negli over 60
Invecchiare bene non dipende solo da quanto a lungo si vive, ma da quanto a lungo si resta autonomi. La fragilità e la disabilità sono i due fronti su cui si gioca questa partita, e per chi programma servizi socio-sanitari rappresentano il principale moltiplicatore di costi e di bisogno assistenziale. Da qui l’interesse per tutto ciò che può ritardarne la comparsa, a partire da un fattore modificabile e già radicato nella cultura del Paese: l’alimentazione.
Un’evidenza costruita per la linea guida
Una revisione sistematica con metanalisi appena pubblicata sulla rivista Nutrition fa il punto su questo legame, raccogliendo la letteratura internazionale disponibile sull’aderenza alla dieta mediterranea negli over 60. Si tratta di un metodo di lavoro preciso: la revisione sistematica individua e seleziona, secondo criteri stabiliti in partenza e resi pubblici prima di cominciare, tutti gli studi già condotti su una determinata domanda, in modo che la scelta non dipenda dalle preferenze di chi scrive. La metanalisi è il passaggio successivo e mette insieme i risultati numerici di quegli studi in una stima unica, che poggia su un numero di persone molto più alto di quello dei singoli lavori e per questo restituisce un quadro più stabile. È lo strumento su cui si fondano le raccomandazioni delle linee guida, perché consente anche di valutare quanto le prove disponibili siano solide e dove invece restino incerte. Il lavoro nasce all’interno del percorso che ha portato alle linee guida nazionali “La Dieta Mediterranea”, promosse dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del Sistema Nazionale Linee Guida, e vede tra gli autori esperti di Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, FNOPI, numerosi atenei italiani e Happy Ageing.
Il quadro che emerge è coerente: chi segue più da vicino il modello mediterraneo mostra meno fragilità rispetto a chi se ne allontana, con un’evidenza che gli autori giudicano di qualità moderata sul versante più solido, quello degli studi che hanno seguito le persone nel tempo. Il legame con la disabilità appare invece più incerto e ha bisogno di ulteriori conferme. Sul piano biologico le ipotesi convergono su tre meccanismi noti: l’azione antinfiammatoria e antiossidante di un’alimentazione ricca di verdura, frutta, legumi, cereali integrali e olio d’oliva, e la capacità di questo modello di modificare in senso favorevole il microbiota intestinale, che negli anziani si associa a un profilo di fragilità migliore.
Non una dieta, uno stile di vita
Nel lavoro la dieta mediterranea non è definita come un elenco di alimenti, ma come uno stile di vita che comprende l’attività fisica regolare, la stagionalità, la convivialità dei pasti e la rete di relazioni che vi ruota attorno. Una lettura che sposta il baricentro dalla raccomandazione nutrizionale alla programmazione dei servizi.
“Il valore di questo lavoro – commenta Francesco Macchia, direttore di Happy Ageing – non sta solo nel confermare un’intuizione che abbiamo da tempo, ma nel farlo con gli strumenti metodologici richiesti da una linea guida nazionale. Sapere che l’aderenza al modello mediterraneo si associa a minore fragilità significa avere un argomento in più per chiedere che la promozione di questo stile di vita entri stabilmente nei programmi rivolti agli anziani, dalla ristorazione ospedaliera e delle residenze ai centri diurni, fino alla medicina generale. Il rischio, altrimenti, è che resti un patrimonio culturale di cui andiamo orgogliosi ma che pochi riescono davvero a praticare”.
Dove l’aderenza si perde
Nelle indicazioni di salute pubblica che chiudono il lavoro gli autori si soffermano su un punto: l’aderenza al modello mediterraneo tende a calare proprio dove servirebbe di più, tra chi vive solo, tra chi ha redditi bassi, nelle aree con scarsa disponibilità di prodotti freschi. Da qui una serie di leve possibili, dalle campagne di informazione agli incentivi economici su frutta, verdura e olio d’oliva, fino alle politiche urbane del cibo, con un’attenzione mirata ai gruppi più esposti. Sul piano della ricerca, il lavoro segnala che mancano ancora studi di intervento capaci di misurare l’efficacia dei programmi sul territorio.