Circa il 45% dei casi è evitabile o rinviabile agendo su quattordici fattori di rischio: udito, vista, pressione, movimento, casa, scuola, aria, solitudine. Sono cose che in Italia si fanno già, senza che nessuno le conti come prevenzione delle demenze. E il Piano nazionale che potrebbe contarle si sta scrivendo in queste settimane
In Italia la prevenzione delle demenze si fa già, ma non in maniera esplicita. Un audiologo che prescrive un apparecchio acustico, un medico che riporta sotto controllo la pressione di un cinquantenne, un comune che tiene aperto un centro per gli anziani soli: stanno tutti riducendo il numero di casi di demenza dei prossimi vent’anni. Nessuno di loro lo scrive nei propri obiettivi, e nessuno lo conta. Che si tratti di prevenzione delle demenze lo dice il terzo rapporto della Lancet Commission su prevenzione, intervento e cura delle demenze, pubblicato su The Lancet nell’agosto 2024 e coordinato da Gill Livingston dello University College London.
Dal Rapporto emerge come il 45% dei casi sarebbe potenzialmente prevenibile o rinviabile agendo su quattordici fattori di rischio: bassa scolarità, perdita uditiva, ipertensione, fumo, obesità, depressione, inattività fisica, diabete, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento atmosferico, isolamento sociale, e i due aggiunti in questa edizione, perdita della vista non trattata e colesterolo LDL elevato. Chi si occupa di invecchiamento riconosce l’elenco: è quasi per intero sovrapponibile ai pilastri su cui lavorano da anni geriatri, igienisti, fisiatri, sindacati dei pensionati e amministrazioni locali, cioè alimentazione, movimento, uso corretto dei farmaci, screening, socialità, qualità dell’abitare.
“La Lancet Commission non ha scoperto quei fattori, ha quantificato quanta demenza producono”, osserva Francesco Macchia, direttore di HappyAgeing. “Sono gli stessi su cui l’Alleanza lavora da dodici anni, dalle vaccinazioni agli screening, dall’attività fisica all’aderenza terapeutica fino al contrasto della solitudine. La differenza è che adesso sappiamo quanto ciascuno di quegli interventi vale anche sul fronte delle demenze”.
C’è poi una seconda indicazione. Rispetto al rapporto del 2020 alcuni fattori cambiano collocazione temporale: fumo e diabete vengono riclassificati come fattori della mezza età e non della tarda età, dove già stavano ipertensione, obesità e colesterolo LDL. Significa che la quota più consistente del rischio si costruisce fra i 40 e i 65 anni, quando le persone non hanno alcun contatto con i servizi per gli anziani. Il principio che gli autori ricavano dai dati è di abbassare presto i livelli di rischio e mantenerli bassi il più a lungo possibile: non è mai troppo presto né troppo tardi, scrivono, e il rischio resta modificabile anche in chi ha una predisposizione genetica aumentata, indipendentemente dallo stato APOE. Chi ci riesce non solo si ammala meno, ma guadagna anni di vita in buona salute e, se la malattia arriva, la vive per un periodo più breve.
PREVENZIONE CHE ESISTE GIÀ, MA NON VIENE CONTATA
Il problema non è soltanto contabile. Le raccomandazioni della Lancet Commission sono quasi tutte azioni di sistema e non esortazioni al singolo: rendere accessibili gli apparecchi acustici e ridurre l’esposizione al rumore dannoso, garantire a tutti screening e trattamento dei disturbi della vista, agire sul fumo con educazione, prezzo e divieti, sul consumo di alcol anche con il controllo dei prezzi. Sull’isolamento sociale la formulazione è quella più vicina al lessico dell’invecchiamento attivo: dare priorità ad ambienti comunitari e soluzioni abitative age-friendly e di supporto, facilitando la partecipazione e la convivenza. Se a queste misure nessuno attribuisce anche un beneficio sulle demenze, quel beneficio non entra in alcuna valutazione di impatto, e non pesa quando si decide dove mettere le risorse.
LO STRUMENTO C’È GIÀ, E IL PIANO SI STA SCRIVENDO ADESSO
E su tutto questo, l’Italia lo strumento per contare ce l’ha. Nell’ambito del Fondo per l’Alzheimer e le Demenze 2021-2023, l’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità ha stimato il numero di casi di demenza potenzialmente evitabili in ciascuna Regione e Provincia autonoma, sulla base della diversa prevalenza locale dei dodici fattori di rischio allora indicati dalla Lancet Commission. Vuol dire che il 45% della Lancet Commission ha un riferimento numerico in ogni Regione: tanti casi in meno trattando l’ipertensione, tanti alzando la scolarità, tanti riducendo l’isolamento. Quei numeri, per ora, restano una stima epidemiologica: non sono ripresi da documenti di programmazione né accompagnati da obiettivi di riduzione.
A recepirli potrebbe essere il Piano nazionale demenze, fermo al 2014 e oggi in aggiornamento: nell’aprile 2026 l’Osservatorio Demenze ha riferito che il gruppo di lavoro istituito presso il Tavolo permanente sulle demenze sta definendo, per ciascuna delle sette aree di azione indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, obiettivi strategici, azioni, allocazione delle risorse e indicatori di monitoraggio. Una di quelle aree è la consapevolezza e la riduzione del rischio di demenza.
Il Piano sarà quinquennale, conterrà una stima delle risorse necessarie. La stima regionale, del resto, è ferma ai dodici fattori del 2020 e attende di essere ricalcolata sui quattordici del 2024.
LA PROSPETTIVA INTERNAZIONALE
Che sia questa la direzione internazionale lo conferma il report dell’OCSE Policies for people with dementia across OECD countries, pubblicato nel gennaio 2026, secondo cui fra i 29 Paesi esaminati, dove in media 61 persone ogni 1.000 over 65 convivono con la demenza, le strategie nazionali più recenti mettono al centro proprio i fattori di rischio modificabili. Lo stesso report segnala un vincolo che pesa sull’intercettazione precoce: i medici di medicina generale restano il primo riferimento per i cittadini, ma spesso non dispongono di strumenti, tempo o formazione sufficienti.
La Lancet Commission insiste sul fatto che i fattori di rischio non sono distribuiti a caso: si concentrano nelle stesse persone e negli stessi gruppi sociali, con un carico maggiore fra chi ha meno istruzione e minori risorse economiche, e con un esordio tendenzialmente più precoce. Agire su udito, vista, pressione, casa e solitudine significa quindi intervenire dove il rischio è più concentrato. Le dimensioni della posta: in Italia vivono circa due milioni di persone con demenza o disturbo neurocognitivo minore, secondo le stime diffuse dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2023, e circa quattro milioni di familiari. Nell’aprile 2026 l’Osservatorio Demenze ha aggiornato la stima del costo complessivo a 23,6 miliardi di euro l’anno, di cui il 63% circa a carico proprio delle famiglie.
Intanto, l’attività che incide su quei fattori è già in corso. Gli screening uditivi e visivi, il controllo dei fattori cardiovascolari nella mezza età, i centri diurni, gli alloggi protetti, i progetti contro la solitudine degli anziani soli: sono programmati e finanziati da Regioni, Comuni e aziende sanitarie con altre finalità dichiarate, e il loro effetto sul rischio di demenza non compare da nessuna parte. Contabilizzarlo, prima ancora che aumentare le risorse, è ciò che permetterebbe di misurarlo.