Per la Giornata internazionale delle persone anziane l’ONU ha scelto quest’anno come tema “l’età della longevità”. I dati raccontano quanto gli over 65 diano alle famiglie e all’economia e che cosa serve perché possano continuare a farlo
Oggi si celebra la Giornata internazionale delle persone anziane, istituita dalle Nazioni Unite nel 1990. Il tema scelto per il 2026 è “The Age of Longevity: Rethinking Systems for Longer Lives”: l’età della longevità chiede di ripensare i sistemi perché gli anni in più siano vissuti in salute, con sicurezza economica e dignità, e possano essere anche anni produttivi. “È un invito – commenta Francesco Macchia, direttore di HappyAgeing – a cambiare sguardo, a guardare agli over 65 non solo per ciò di cui hanno bisogno, ma anche per ciò che danno”.
E danno molto, a cominciare dal sostegno quotidiano ad altre famiglie. Secondo i dati ISTAT, tra i 65-74enni che aiutano persone con cui non vivono, uno su tre (32,6%) si prende cura di bambini. Tra gli over 75 che prestano aiuto, più di uno su quattro (26,6%) lo fa sostenendo economicamente qualcuno: la quota più alta tra tutte le età.
C’è poi il peso economico. Secondo le stime del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, i beni e i servizi rivolti agli over 65 generano un valore di circa 363 miliardi di euro, pari al 17% del Prodotto interno lordo.
Anche l’immagine di una generazione lontana dalla tecnologia non regge alla prova dei numeri. Secondo l’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano, il 71% degli over 55 usa i social network (il 76% tra i 65 e i 74 anni) e uno su tre ha già provato l’intelligenza artificiale generativa. Sempre secondo l’Osservatorio, però, la metà degli over 55 teme di essere svantaggiata o esclusa dai servizi essenziali se non riuscirà a stare al passo con l’innovazione.
“Le persone che oggi hanno 65 anni e più vogliono e possono avere un ruolo nella società, non essere considerate un peso”, commenta ancora Macchia. “I numeri lo confermano: sostengono le famiglie, le comunità, l’economia. Ripensare i sistemi, come chiedono quest’anno le Nazioni Unite, significa anche fare in modo che l’innovazione non diventi un motivo di esclusione: servono percorsi di formazione digitale vicini alle persone e servizi che lascino sempre un’alternativa a chi non usa la tecnologia. E serve un cambio culturale che smetta di vedere gli anziani solo come persone da assistere e li riconosca come parte attiva del Paese. È la direzione su cui HappyAgeing lavora dal 2014 e che oggi ci chiede di fare un passo in più. Se cambia lo sguardo sulla longevità, deve cambiare anche il modo in cui la raccontiamo, a partire da noi stessi. Ne parleremo molto presto”.