Domiciliarità, Punti unici di accesso e presa in carico personalizzata al centro del nuovo Piano triennale per gli anziani non autosufficienti. Il testo è ora all’esame di Regioni ed enti locali per l’intesa
È in arrivo il nuovo Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza nella popolazione anziana 2025-2027. Il documento è stato elaborato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e trasmesso alla Conferenza Unificata, la sede in cui il Governo si confronta non solo con le Regioni ma anche con i Comuni e le Province, dato che l’attuazione degli interventi ricade in buona parte sugli enti locali. Qui il Piano dovrà ottenere l’intesa prima di essere adottato in via definitiva dal Comitato interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana, istituito presso la Presidenza del Consiglio.
Si tratta di uno dei passaggi centrali della riforma dell’assistenza agli anziani avviata con la legge delega 33/2023 e con il decreto legislativo 29/2024. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema più integrato tra assistenza sociale, sanitaria e sociosanitaria, superando la frammentazione degli interventi e mettendo al centro la persona anziana e la sua presa in carico.
Due Piani distinti, un solo Fondo
Fino al triennio 2022-2024 esisteva un unico Piano nazionale per la non autosufficienza (PNNA), che si occupava insieme delle persone anziane non autosufficienti e delle persone con disabilità. La legge 33/2023 ha separato i due percorsi. Dal 2025-2027 ci sono quindi due strumenti distinti: questo Piano, dedicato agli anziani, e il Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, che resta il riferimento per le persone con disabilità in condizione di non autosufficienza. Una volta adottato, il Piano per gli anziani sostituisce il PNNA per la parte che riguarda questa fascia di popolazione. I due strumenti restano però finanziati dallo stesso Fondo per le non autosufficienze, con una quota di risorse gestita in comune.
La platea di riferimento è costituita dalle persone che hanno compiuto 70 anni, in coerenza con l’articolo 40 del d.lgs. 29/2024. Chi ha tra i 65 e i 70 anni rientra invece nel Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027. Viene inoltre garantita la continuità per le persone con disabilità che diventano anziane, così da evitare interruzioni nei servizi già in essere.
Un aspetto va tenuto presente: il triennio di riferimento parte dal 2025, ma il Piano viene adottato quando quell’annualità è ormai trascorsa. Per il 2025, quindi, il documento non introduce nuovi obblighi, ma assicura la prosecuzione degli interventi già avviati con il precedente Piano 2022-2024, garantendo la continuità dell’assistenza. La parte più innovativa della programmazione si dispiega sulle annualità 2026 e 2027.
I LEPS e le quattro aree prioritarie
Il cuore del Piano è l’attuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEPS). Le aree prioritarie individuate sono quattro: l’assistenza domiciliare sociale, l’assistenza sociale integrata con i servizi sanitari, i servizi sociali di sollievo e i servizi sociali di supporto. In questo quadro i contributi economici, come gli assegni di cura, i voucher e le misure per il sostegno alla domiciliarità, vengono ricondotti agli obiettivi di servizio e non configurano un canale autonomo alternativo ai servizi: sono erogabili soltanto se espressamente previsti nel Progetto assistenziale individuale.
La priorità alla permanenza a domicilio
Il Piano punta in particolare sulla permanenza dell’anziano nel proprio contesto di vita. L’assistenza domiciliare sociale e quella integrata con i servizi sanitari dovranno garantire il supporto nelle attività fondamentali della vita quotidiana, gli interventi di cura della persona, il sostegno psico-socioeducativo, gli interventi di natura sociosanitaria, gli adattamenti dell’abitazione tramite soluzioni domotiche e tecnologiche, oltre ai servizi di telesoccorso e teleassistenza. Vengono richiamate anche nuove forme di coabitazione solidale e il rafforzamento delle reti di prossimità intergenerazionale, in coerenza con la programmazione del PNRR. La logica è quella di ridurre il ricorso improprio all’istituzionalizzazione e alle ospedalizzazioni non strettamente necessarie.
Il sollievo per le famiglie e il supporto organizzativo
Un secondo pilastro riguarda i servizi di sollievo per le famiglie. Il Piano richiama la frequenza di centri diurni e strutture semiresidenziali, il pronto intervento per le emergenze temporanee diurne e notturne gestito da personale qualificato, la sostituzione temporanea degli assistenti familiari in caso di ferie, malattia o maternità, oltre a brevi ricoveri programmati o di emergenza presso strutture autorizzate. Centrale il ruolo del volontariato, delle reti di prossimità e degli enti del Terzo settore.
I servizi sociali di supporto dovranno invece favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro degli assistenti familiari, in collaborazione con i Centri per l’impiego o altri soggetti accreditati, e offrire alle famiglie assistenza gestionale, legale e amministrativa per gli adempimenti connessi all’assistenza domiciliare. In questo ambito il Piano introduce anche il concetto di coaching, strumento pensato per affiancare il caregiver nella gestione degli aspetti organizzativi e burocratici. L’obiettivo è alleggerire uno dei nodi più critici del sistema: il peso organizzativo ed economico che oggi ricade in larga parte sulle famiglie.
I PUA, la valutazione multidimensionale e il PAI
Ruolo strategico è attribuito ai Punti unici di accesso (PUA), definiti come le case di “tutte le fragilità” e indicati come la porta d’ingresso al sistema integrato dei servizi sociali e sanitari. I PUA sono collocati presso le Case della comunità, ove istituite e operanti, ma possono articolarsi anche in reti diffuse di sportelli accessibili e in modalità telematica. Presso i PUA avvengono l’orientamento dei cittadini, la prima valutazione del bisogno e, nei casi complessi, l’attivazione delle Unità di valutazione multidimensionale (UVM).
La valutazione multidimensionale unificata è uno degli strumenti chiave della riforma: dovrà consentire una lettura complessiva della condizione della persona, tenendo insieme bisogni clinici, funzionali, sociali e familiari. Da questa valutazione discende il Progetto assistenziale individuale integrato (PAI), costruito con il coinvolgimento della persona anziana e della sua famiglia, che indica interventi, responsabilità, compiti degli operatori sanitari, sociali e assistenziali e apporto dei familiari
La Prestazione universale
Il Piano richiama anche la Prestazione universale, istituita in via sperimentale dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2026. La misura, pur non essendo finanziata con le risorse del Piano, riguarda una parte della platea interessata ed è destinata agli anziani non autosufficienti con bisogno assistenziale gravissimo. È finalizzata a sostenere la domiciliarità e l’autonomia personale, anche attraverso la remunerazione del lavoro di cura svolto da lavoratori domestici regolari o l’acquisto di servizi da imprese qualificate nel settore dell’assistenza sociale non residenziale, favorendo così anche l’emersione del lavoro irregolare. Tra i requisiti figurano l’età pari o superiore a 80 anni, la titolarità dell’indennità di accompagnamento, un ISEE sociosanitario non superiore a 6.000 euro e un bisogno assistenziale gravissimo accertato dall’INPS.
Le risorse e i nuovi criteri di riparto
Sul fronte delle risorse, il Piano conferma il ruolo del Fondo per le non autosufficienze (FNA), le cui dotazioni complessive ammontano a 982,255 milioni di euro per il 2025, 934,57 milioni per il 2026 e 1,108 miliardi per il 2027. Una parte del Fondo è destinata in maniera indistinta sia al Piano anziani sia al Piano nazionale per la non autosufficienza, mentre una quota è riservata all’attuazione dei LEPS per gli anziani non autosufficienti. Dei 300 milioni annui destinati specificamente alla platea anziana, 50 milioni sono riservati alle assunzioni di personale con professionalità sociale per il rafforzamento dei PUA.
Il documento introduce inoltre nuovi criteri di riparto, ritenuti più direttamente collegati alla platea dei destinatari. Per la quota indistinta si considerano per l’80% la popolazione con età superiore a 75 anni, per il 10% i titolari di indennità di accompagnamento e per il restante 10% i soggetti certificati ai sensi della legge 104/1992. Per l’attuazione dei LEPS, invece, le risorse pari a 250 milioni di euro annui vengono ripartite tra le Regioni sulla base di due criteri: il 70% in relazione alla popolazione residente over 70 e il 30% in base agli over 70 titolari di indennità di accompagnamento. Per il 2025 è prevista anche una quota di compensazione di circa 15,7 milioni per le Regioni che, con i nuovi criteri, avrebbero ricevuto meno rispetto al 2024, cui si aggiungono ulteriori 46,8 milioni destinati alla platea anziana; per il 2026 è previsto un allineamento di circa 9 milioni.
Monitoraggio, rendicontazione e la sfida dell’esigibilità
Particolare attenzione è dedicata al monitoraggio e alla rendicontazione. Le Regioni dovranno rilevare, a livello di Ambito territoriale sociale, il numero e le caratteristiche delle persone assistite al 31 dicembre di ciascun anno, trasmettendo le informazioni entro il 31 maggio dell’anno successivo. La rendicontazione delle somme spese, ai fini dell’erogazione delle annualità successive, dovrà corrispondere ad almeno il 75% del totale calcolato su base regionale.
Nel complesso, il Piano disegna un modello che prova a spostare il baricentro dalla prestazione frammentata alla presa in carico integrata, dalla risposta emergenziale alla programmazione territoriale, dalla centralità del ricovero alla domiciliarità. La sfida, come già in passato, sarà tradurre il disegno programmatorio in servizi effettivamente esigibili e omogenei sull’intero territorio nazionale, evitando che le differenze organizzative e finanziarie tra Regioni e Ambiti territoriali continuino a pesare sull’accesso reale all’assistenza.