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Documenti

Sezione: Documenti

Scoperto un biomateriale per rigenerare le ossa degli anziani

 

Un biomateriale composto solo da proteine permette di rigenerare l’osso di un anziano senza accelerarne i processi di calcificazione. È la scoperta dei ricercatori dell’Ateneo di Pisa, con la collaborazione dei colleghi dell’Università Politecnica delle Marche, che hanno ottenuto questo risultato realizzando un biomateriale che nonostante l’assenza di calcio sarebbe in grado di stimolare la rigenerazione dell’osso. Lo rivela una nota dell’Ateneo pisano. Lo studio, pubblicato su Nature Scientific Reports, si è svolto nell’ambito del progetto “Ingegnerizzazione di modelli d’organo di interesse fisiologico e patologico per l’indagine di disturbi legati all’invecchiamento” che ha lo scopo di ricreare in vitro le condizioni di invecchiamento dell’anziano per capire quali sono fattori che ne rallentano o ne accelerano il progredire. “La matrice extracellulare dell’osso – spiegano Arti Ahluwalia, docente di bioingegneria a Pisa e co-coordinatrice del progetto, e il ricercatore pisano Giorgio Mattei – è un materiale composito naturale, formato principalmente da collagene e componenti minerali, per lo più fosfato di calcio, che costituisce il micro-ambiente naturale delle cellule e fornisce loro vari stimoli, tra cui segnali meccanici o chimici che ne regolano il comportamento e la funzione. Capire quali siano i principali stimoli promotori dell’osteogenesi è cruciale per progettare biomateriali ottimali per applicazioni di ingegneria tissutale e medicina rigenerativa”. I ricercatori hanno isolato le proprietà meccaniche da tutti gli altri stimoli fisico-chimici dovuti al differente contenuto minerale e studiarne selettivamente il loro contributo nel differenziamento osteogenico di cellule staminali ottenendo risultati che dimostrano, concludono Ahluwalia e Mattei, come “la rigidezza sia il fattore scatenante per il differenziamento di cellule staminali in tessuto osseo, mentre la presenza di fosfato di calcio contribuisce ad accelerare questo processo, in particolare ad alte concentrazioni: perciò per gli anziani con ossa fragili, materiali poveri in contenuto minerale, ma con la giusta rigidezza, possono favorire la rigenerazione ossea, senza accelerarne il processo degenerativo”.(ANSA)

 

  • 4 Giugno, 2015
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Scoperto legame tra sonno e sviluppo dell’Alzheimer

 

Potrebbe essere il sonno il “pezzo mancante” nel puzzle della malattia di Alzheimer. Gli scienziati della University of California a Berkeley (Usa) hanno infatti trovato prove convincenti secondo cui chi dorme poco – in particolare soffre di un deficit del sonno profondo, quello maggiormente ristoratore e necessario per far sì che si sedimentino i ricordi – è a maggior rischio di formazione di placche beta-amiloidi, che innescano la malattia attaccando la memoria a lungo termine nel cervello. “I nostri risultati rivelano che esiste un nuovo percorso attraverso il quale la malattia di Alzheimer può causare il declino della memoria nel corso della vita”, afferma il neuroscienziato Matthew Walker, autore senior dello studio pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience. Utilizzando una potente combinazione di imaging cerebrale e di altri strumenti di diagnostica su 26 anziani sani, i ricercatori hanno rilevato il legame tra cattiva qualità del sonno, scarsa memoria e accumulo di proteine tossiche beta-amiloidi. La buona notizia, dice Walker, è che i problemi di sonno sono potenzialmente curabili e possono anche essere migliorati attraverso l’esercizio, terapia comportamentale e una stimolazione elettrica che amplifica le onde cerebrali durante il sonno, tecnologia che è stata utilizzata con successo nei giovani adulti per aumentare la loro memoria durante la notte. “Questa scoperta offre una speranza – conclude – perché il sonno potrebbe essere un nuovo bersaglio terapeutico per la lotta contro i disturbi della memoria in adulti più anziani e anche quelli con demenza”. (AdnKronos Salute)

 

  • 3 Giugno, 2015
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Progressi nella lotta del tumore alla prostata negli anziani

 

Nuovi passi avanti per il trattamento di una delle forme di cancro più diffuse tra gli adulti e anche tra gli anziani maschi, il cancro alla prostata, ma anche contro una forma di tumore al rene che colpisce i bambini. Ad annunciarli sono gli oncologi in occasione del cinquantunesimo Congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco), apertosi nei giorni scorsi a Chicago. Nel caso dei bambini, uno studio canadese ha dimostrato che bimbi affetti dalla neoplasia di Wilms (una forma di cancro al rene che colpisce i piccoli sotto i 5 anni e che negli Usa registra circa 500 nuovi casi l’anno) rispondono meglio contro la malattia se il trattamento con chemioterapia, con ulteriori farmaci, è più intensivo e con dosi aumentate. Questi piccoli pazienti sono caratterizzati da una specifica anomalia cromosomica associata ad una prognosi negativa. In media questi pazienti registrano un intervallo libero da malattia nell’arco di 4 anni nel 65-74% dei casi, ma i nuovi studi evidenziano come adottando tale regime chemioterapico ‘rafforzato’ questa media salga all’83-91%. Un approccio che segna un importante cambiamento, come chiarisce il coordinatore dello studio David Dix del British Columbia Children’s Hospital di Vancouver in Canada: “Creare ‘terapie su misura’ sulla base del rischio di ricaduta di ogni singolo paziente è stato uno dei principali obiettivi dell’oncologia pediatrica. Ad esempio, per i tumori che presentano un basso rischio di ricaduta, cerchiamo di diminuire le terapie al fine di minimizzare l’esposizione a potenziali agenti tossici. Al contrario, però, l’approccio è di aumentare le dosi di farmaci in quei pazienti pediatrici a più alto rischio di ricaduta per aumentare le chance di cura, e questo studio è appunto un esempio di successo di terapia ‘aumentata’ per un gruppo di pazienti ad alto rischio”. Risultati interessanti sono arrivati anche dallo studio Stampede dello University College di Londra, il più grande studio clinico mai condotto su pazienti con cancro alla prostata, con oltre 6.500 pazienti arruolati dal 2005. Lo studio ha dimostrato una sopravvivenza in media maggiore di 10 mesi (e di 22 nei casi con metastasi) ed un aumento del 38% dell’intervallo di tempo senza ricadute negli uomini con diagnosi di cancro alla prostata avanzato ai quali è stato somministrato un trattamento di chemioterapia (docetaxel) sin dall’esordio della malattia, insieme alla terapia ormonale standard. “Studi come questi – ha affermato il presidente Asco Peter Paul Yu – rappresentano passi avanti per le persone con tumore di tutte le età”. E se oggi “siamo nell’era della medicina a misura di paziente e dell’alta precisione, tuttavia – è il messaggio lanciato dall’oncologo dell’Asco Gregory Masters – possiamo ancora ottenere progressi significativi con trattamenti convenzionali come, appunto, la chemioterapia”.(ANSA).

 

  • 1 Giugno, 2015
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Nelle proteine il segreto del benessere in età avanzata

 

Mangiare sano richiede vitamine, carboidrati, lipidi e proteine nelle giuste proporzioni. Ma sarebbero proprio le proteine “il segreto del benessere fisico in età avanzata”. A dirlo sono i ricercatori di Nestlè Health Science (Nhs), che hanno individuato una ricetta di sostanze che, combinate nel modo corretto, sono adatte “alle esigenze nutrizionali dovute ai cambiamenti fisiologici che interessano il corpo umano”. Questa ricetta combina, oltre alle proteine, anche vitamina D, vitamina C e calcio, “tutte sostanze che in età avanzata sono fondamentali. Ogni età, infatti – spiegano gli scienziati – ha le proprie esigenze nutrizionali; e con il passare degli anni, le proteine si rivelano ancor più fondamentali per l’organismo in quanto, insieme ad altri nutrienti, garantiscono maggiore forza, maggiore resistenza e svolgono un importante funzione di sostegno dell’apparato scheletrico”. Le proteine, in particolare, “sono una componente strutturale delle ossa e giocano un ruolo chiave nella loro salute. Inoltre contribuiscono al mantenimento della massa muscolare che, con il passare del tempo, è sottoposta a una riduzione fisiologica”. Anche il ruolo del calcio è importantissimo: “Il 99% di questo elemento è contenuto nelle ossa e nei denti, e il fabbisogno di questo minerale aumenta con l’avanzare dell’età. Ma in età avanzata il suo assorbimento può essere ostacolato da una serie di fattori, come la minor produzione di acido gastrico, l’uso di antiacidi o la carenza di vitamina D”. Quest’ultima è in grado di aumentare l’assorbimento di calcio nell’intestino tenue e di mobilitare il calcio dalle ossa, e quindi “può influire notevolmente sulla salute dell’apparato scheletrico, specialmente nella terza età adulta, quando il rischio di carenza di vitamina D è più alto a causa di alterazioni del metabolismo o diete insufficienti”. Il mezzo per introdurre questi diversi nutrienti è ovviamente l’alimentazione: “Ad esempio, se l’apporto proteico raccomandato per un adulto è pari a 0,9 g di proteine per ogni Kg di peso corporeo al giorno, dopo i 65 anni tale apporto dovrebbe aumentare fino a 1,2 grammi. Per sopperire ad eventuali carenze – concludono gli esperti – è però possibile integrare la dieta con nutrienti specifici somministrati sulla base delle esigenze e delle condizioni individuali”. (ANSA)

 

  • 29 Maggio, 2015
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Cibi sbagliati e scaduti per gli over65

 

Nonostante siano sempre di più gli studi che confermano l’importanza di una corretta alimentazione, sulle tavole di troppi anziani arrivano cibi sbagliati, e in qualche caso anche scaduti. Secondo lo studio dell’università Cattolica di Roma presentato oggi in occasione della Giornata della Ricerca, dedicata quest’anno al tema della nutrizione in occasione dell’Expo, addirittura un over 65 su tre mangia male, con conseguenze sulla salute fisica e anche mentale. Lo studio ha coinvolto 200 anziani di età media 74 anni, ed è emerso che solo il 15,4% del campione si rivolge al medico di famiglia per avere consigli sulla nutrizione, mentre la fonte di informazione principale è la tv. Il 34,8% del campione mangia cibo scaduto almeno una volta al mese, mentre il 35,8% afferma di non nutrirsi correttamente, o perché mangia troppi zuccheri (11,4%), o per troppi grassi (4%), o perché mangia troppo o troppo poco in generale (circa il 10%). ”Le carenze nutrizionali e una non corretta alimentazione associate a una ridotta attività fisica – ha spiegato Francesco Landi, del dipartimento di Geriatria – possono essere causa di insorgenza della fragilità fisica e cognitiva durante l’invecchiamento. Il 30% mangia del cibo dopo la scadenza, il 90% dichiara di non essere disposto, anche per motivi economici, a cambiare regime alimentare andando verso regimi dietetici più corretti. Questo determina un deficit di proteine indispensabili per la salute del cervello e dei muscoli”. Nella giornata sono state presentate tutte le ricerche dell’ateneo sui temi legati alla nutrizione. I dati preliminari di uno studio, ad esempio, hanno dimostrato che una dieta troppo ricca di carboidrati rapidamente assorbibili, come zuccheri, influisce non solo suo rischio di obesità, ma anche di deficit cognitivi. Diversi studi si sono invece focalizzati sulle caratteristiche “positive” del cibo in rapporto a molte patologie. Un esempio sono gli alimenti antiossidanti, come pesce, olio o broccoli, che proteggono dall’infiammazione associata all’obesità. Molti sono i rapporti anche tra nutrizione e tumori, il 30% dei quali è attribuibile a comportamenti errati. Un gruppo di ricercatori sta analizzando il rapporto tra omega 3 e rallentamento della crescita di tumori del colon e melanoma, mentre le vitamine del gruppo B sembrano ridurre del 40% del rischio di tumore della bocca. (ANSA).

 

  • 21 Maggio, 2015
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“Un anziano su tre mangia anche cibo scaduto”

Sono nel piatto i segreti dell’invecchiamento attivo. I ricercatori sono al lavoro su un ampio progetto europeo contro fragilità dell’anziano e la sarcopenia: esercizio fisico, intervento nutrizionale personalizzato e l’utilizzo di specifiche soluzioni tecnologiche, il mix per contrastarle con successo. Una ricerca della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma evidenzia che 1 anziano su 3 si alimenta male e mangia anche cibo scaduto. Nei cibi si nascondono i segreti della longevità, capire quali siano i nutrienti che rallentano i naturali processi dell’invecchiamento è dunque un obiettivo fondamentale della ricerca sui processi fisiologici e patologici della senescenza. I ricercatori UCSC hanno sviluppato specifiche linee di ricerca sull’impatto della dieta su muscoli e cervello, organi fondamentali per invecchiare in salute. Anche a causa di carenze nutrizionali e scorretta alimentazione, spiega Francesco Landi del Dipartimento di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia del Policlinico A. Gemelli, “invecchiando si verifica una perdita di massa e forza muscolari, condizione nota come sarcopenia e associata a un rischio maggiore di eventi avversi (disabilità, riduzione della qualità della vita, perdita dell’autosufficienza, ricovero in lungo degenze o Rsa, mortalità). Allo stesso modo, la mancanza di specifici nutrienti (malnutrizione selettiva) è stata identificata come una possibile causa di deterioramento cognitivo e di demenza”. La sarcopenia e i disturbi cognitivi rappresentano le condizioni che maggiormente contribuiscono alla comparsa della “fragilità” dell’anziano. “Studi da noi condotti su modelli sperimentali – spiega Landi – hanno messo in luce che una dieta ipercalorica e i disturbi metabolici a essa correlati (quali, ad esempio, l’obesità e il diabete) impoveriscono la riserva di cellule staminali del cervello e alterano la funzione dei circuiti nervosi maturi causando un precoce deterioramento delle capacità cognitive. Di particolare interesse l’osservazione che alcuni di questi effetti siano trasmissibili alle generazioni future, come se la nostra alimentazione determinasse nella prole un imprinting in grado di influenzare non soltanto le capacità di apprendimento e memoria dell’individuo ma anche la sua suscettibilità al declino cognitivo”.

  • 21 Maggio, 2015
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HappyAgeing è l’Alleanza italiana per l’invecchiamento attivo, nata nel 2014 per promuovere nel nostro Paese politiche e iniziative volte a tutelare la salute dell’anziano e a sviluppare le indicazioni della Commissione europea sul fronte dell’invecchiamento attivo. Di HappyAgeing fanno parte European Interdisciplinary Council on Ageing (EICA), Federsanità, la Società Italiana di Audiologia e Foniatria, la la Società Italiana di Geriatria e Gerontologia, la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio, la Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa, la Società Italiana di Igiene, i sindacati SPI CGIL, FNP CISL, UIL Pensionati, e la Federazione Anziani e Pensionati ACLI. Le modalità operative dell’Alleanza si realizzano attraverso la confluenza di tutte le realtà che si occupano del benessere degli anziani e lo sviluppo e la replicazione sul piano nazionale di esperienze realizzate con successo nel contesto locale e validate scientificamente dai partner di HappyAgeing.

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