I numeri della SIGG e di una ricerca internazionale restituiscono un quadro allarmante, in gran parte sommerso. La comunità scientifica chiede più formazione e strumenti normativi più incisivi
Istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2011, la Giornata mondiale contro l’abuso sugli anziani (World Elder Abuse Awareness Day) nasce dalla consapevolezza che il fenomeno cresce con l’invecchiamento della popolazione, ma che la sua rilevazione statistica e la sua percezione sociale restano drammaticamente indietro rispetto alla sua reale diffusione. In Italia, secondo i dati più recenti dell’ISTAT, quasi un quarto della popolazione, il 24,7% al 1° gennaio 2025, ha almeno 65 anni. Le famiglie composte esclusivamente da anziani rappresentano il 25,9% del totale, e quelle formate da una sola persona con più di 75 anni raggiungono il 10%. È in questo contesto demografico, fatto di solitudine strutturale e fragilità crescente, che il rischio di subire abusi si sedimenta.
UN FENOMENO LARGAMENTE SOMMERSO
La dimensione del fenomeno è difficile da quantificare con precisione, proprio perché la sottodenuncia è una delle sue caratteristiche più rilevanti. Una revisione sistematica pubblicata con meta-analisi su BMC Public Health nel 2025 stima che la prevalenza complessiva degli abusi sugli anziani a livello globale sia del 27,6%, con le forme psicologiche e la negligenza tra le più diffuse.
In Italia, studi recenti collocano la prevalenza tra il 10% e il 20% della popolazione anziana. La Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), in occasione della Giornata del 15 giugno 2024, ha diffuso dati particolarmente significativi: maltrattamenti fisici e psicologici, angherie e negligenza sono riferiti dal 30% degli anziani fragili, con una quota che arriva a circa due terzi nelle RSA e nelle case di riposo. Un dato che rivela come l’istituzionalizzazione, anziché rappresentare sempre una garanzia di tutela, possa in alcuni contesti amplificare le condizioni di vulnerabilità.
Ancora più allarmante è il tasso di sottostima: le segnalazioni alle autorità giudiziarie si attestano al di sotto del 5% dei casi, confermando come la grande maggioranza degli episodi rimanga sommersa. La paura di conseguenze, la dipendenza affettiva ed economica dall’abusante, il deterioramento cognitivo che compromette la capacità di testimoniare: sono questi i meccanismi che tengono il fenomeno nell’ombra.
LE FORME DEGLI ABUSI: VIOLENZA FISICA, PSICOLOGICA, ECONOMICA
Gli abusi sugli anziani non si riducono alla violenza fisica. L’OMS li definisce come “qualsiasi atto singolo o ripetuto, o l’omissione di un’azione appropriata, che si verifica all’interno di una relazione basata sulla fiducia e che causa danno o sofferenza a una persona anziana”. Questa definizione abbraccia almeno cinque dimensioni: la violenza fisica (percosse, contenzioni non necessarie, lesioni); la violenza psicologica (minacce, umiliazioni, infantilizzazione, isolamento); la violenza sessuale; la violenza economica (sottrazione di beni, gestione fraudolenta delle finanze, testamenti alterati); la negligenza (abbandono, mancata somministrazione di cure, trascuratezza igienica e alimentare).
Nelle strutture residenziali, tra i maltrattamenti istituzionali più ricorrenti a opera del personale assistenziale figurano la mancanza di rispetto per la dignità e la privacy dell’anziano, l’utilizzo di mezzi di contenzione inappropriati, la rigidità negli orari di vita quotidiana, l’uso improprio di farmaci, la mancata fornitura di ausili come occhiali, apparecchi acustici o protesi dentali, e la carenza nell’assistenza alimentare.
Tra le mura domestiche, invece, gli abusi sono ancora meno rilevabili. Nella maggior parte dei casi avvengono per mano di caregiver familiari, spesso essi stessi vittime di un carico assistenziale insostenibile. Lo stress derivante da questa condizione determina, nei casi più gravi, situazioni che tendono a esplodere soprattutto nel difficile periodo estivo, si legge nel comunicato SIGG.
RICONOSCERE I SEGNALI PER INTERVENIRE IN TEMPO
Saper riconoscere i segnali è il primo passo per interrompere situazioni di violenza che spesso durano anni. Tra i più ricorrenti figurano scarsa igiene, abiti sporchi, malnutrizione e disidratazione non correlate a una patologia. Sul piano fisico, i campanelli di allarme comprendono lesioni come graffi o tagli localizzati su testa, viso, collo e arti superiori, cadute e fratture con cause indeterminate, ustioni e lividi in sedi insolite. Sul piano psicologico, l’anziano vittima di abusi mostra spesso paura di rappresaglie, vergogna, rassegnazione e riluttanza a parlare apertamente.
Anche i comportamenti di chi presta assistenza possono essere rivelatori: non lasciare che l’anziano parli, trattarlo in modo infantilizzante, fornire spiegazioni poco plausibili per le lesioni sono segnali che devono attivare attenzione e, se necessario, una segnalazione alle autorità competenti.
UN VUOTO NORMATIVO DA COLMARE
Sul piano legislativo, il sistema italiano dispone di strumenti penali applicabili: l’articolo 572 del Codice Penale (maltrattamenti contro familiari e conviventi), l’articolo 591 (abbandono di persone incapaci) e l’articolo 643 (circonvenzione di incapace). A questi si è aggiunto il D.lgs. 29/2024, che introduce politiche attive in favore delle persone anziane, rafforzando l’impianto di tutela su base preventiva e non soltanto repressiva.
Tuttavia, la comunità scientifica e giuridica segnalano un vuoto normativo strutturale: in Italia non esiste ancora un reato autonomo di violenza contro gli anziani, sul modello di quanto previsto in altri ordinamenti europei. La sua introduzione consentirebbe di riconoscere la specificità della vittimizzazione legata alla vecchiaia, con aggravanti legate alla condizione di dipendenza e vulnerabilità.
CONSEGUENZE SULLA SALUTE E COSTI PER IL SISTEMA
Gli abusi non sono soltanto una questione giuridica: sono prima di tutto un problema di salute pubblica. Le conseguenze sulla vittima includono un aumento della mortalità precoce, l’aggravamento delle patologie croniche preesistenti, l’insorgenza di depressione e disturbi d’ansia, e una progressiva compromissione della qualità della vita e dell’autonomia. Sul piano sistemico, la violenza sugli anziani mina i legami familiari, genera sfiducia nelle istituzioni e produce costi rilevanti per il sistema sanitario e assistenziale.
INVECCHIAMENTO ATTIVO, SICUREZZA E CULTURA DELLA CURA
La risposta al fenomeno richiede azioni coordinate su più livelli. “La tutela delle persone anziane da ogni forma di abuso o maltrattamento è parte integrante della missione di Happy Ageing”, dichiara il direttore Francesco Macchia. “Un impegno che parte da lontano: promuovere l’invecchiamento attivo significa anche ridurre quella condizione di dipendenza e fragilità che espone le persone anziane al rischio di abusi. Più una persona invecchia mantenendo autonomia, relazioni sociali e qualità della vita, meno è vulnerabile. Per questo il nostro lavoro culturale e istituzionale non si limita a documentare i fenomeni scomodi, ma punta a costruire una cultura dell’invecchiamento che metta al centro la dignità e i diritti della persona in ogni fase della vita, e che sostenga concretamente chi si prende cura degli anziani. Perché invecchiare bene non è un privilegio di pochi: è un obiettivo collettivo, e richiede che la sicurezza e il benessere di ogni persona anziana siano garantiti, a casa come nelle strutture, nella famiglia come nella comunità”.