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News

Sezione: News

“Demenza come normale conseguenza dell’invecchiamento”, il dato preoccupante emerso dal Rapporto Federazione Alzheimer Italia

“L’atteggiamento verso la demenza” è il titolo del nuovo Rapporto sull’Alzheimer, oggetto di un’interrogazione alla Camera

È stata indirizzata al Ministro della Salute, Roberto Speranza, l’interrogazione sul rapporto a cura della Federazione Alzheimer Italia, rappresentante per il nostro Paese di ADI – Alzheimer’s Disease International e redatto in occasione della XXVI Giornata Mondiale Alzheimer celebratasi lo scorso 21 settembre incentrato su “L’atteggiamento nei confronti della demenza”.

L’analisi dei dati, effettuata dalla London School of Economics and Political Science (LSE), rivela nel complesso un’allarmante mancanza di conoscenza a livello globale della demenza: il dato più critico è che due terzi degli intervistati pensano ancora che la demenza sia conseguenza del normale invecchiamento. In particolare, due persone su tre, corrispondenti al 62% del personale sanitario, sono convinte che la demenza sia la normale conseguenza dell’invecchiamento e 1 persona su 4 che non si possa fare nulla per prevenire la demenza. Dato ancora più grave pone l’accento sul fatto che 1 persona su 5 attribuisce la demenza a sfortuna, il 10 % alla volontà di Dio e il 2% alla stregoneria. In realtà ogni 3 secondi, nel mondo, una persona sviluppa una forma di demenza e che in Italia a soffrirne sono 1.241.000.

Quanto emerso ha spinto Sutto, Boldi, De Martini, Foscolo, Lazzarini, Locatelli, Panizzut, Tiramani e Ziello a presentare un’interrogazione a Speranza della salute chiedendo “se e quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda adottare al fine di migliorare la quantità e la qualità dell’informazione in materia, combattere lo stigma che tuttora si riscontra verso la demenza e garantire il necessario sostegno assistenziale ai malati e alle loro famiglie”.

I politici promotori dell’iniziativa hanno ritenuto inaccettabile che le molte, gravi, malattie che possono causare la demenza, tra cui l’Alzheimer, siano ancora oggi avvolte da un alone di falsi miti e credenze, scambiate dall’opinione pubblica per una conseguenza normale dell’invecchiamento. A fare da eco a questa preoccupazione, anche le parole degli esperti. Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia ha dichiarato: “Dal Rapporto emergono dati a dir poco allarmanti, che riguardano tutto il mondo, compresa l’Italia e non solo certe zone. Certo, gli atteggiamenti variano a seconda delle fasce regionali, socioeconomiche e culturali, ma è indubbio che alcune convinzioni errate sulla demenza siano ancora radicate in maniera importante anche nella nostra opinione pubblica. Questa è l’unità di misura dello stigma presente nelle nostre comunità, che descrive anche la sfida che ci attende nel perseguire la sua lotta”.

Anche Paola Barbarino, Amministratore Delegato di ADI sottolinea che: “A livello di società, lo stigma strutturale e la discriminazione possono influire sull’entità dei fondi da stanziare per la cura e l’assistenza. Auspichiamo che i risultati ottenuti da questa ricerca possano dare il via a una riforma e a un cambiamento globale positivo”.

  • 7 Ottobre, 2019
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#PerchèSì premia la comunicazione scientifica ed efficace sui vaccini

Vincono il contest “Il linguaggio universale dello sport di ATS Milano Città Metropolitana” e “Il buon esempio” degli operatori sanitari dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari. 

Tante nuove idee dall’hackathon dei giovani creativi.
Premiato il progetto video e social “Challenge in a Tok”

Ha attraversato tutta l’Italia #PerchéSì, il primo laboratorio di idee dedicato alla comunicazione del valore della vaccinazione, che ha visto far parte della giuria anche il Presidente di HappyAgeing Michele Conversano.

Per contrastare le fake news sostenendo e premiando le campagne di comunicazione scientifiche, autorevoli, empatiche, social ed efficaci, al contest hanno partecipato più di cinquanta i progetti candidati alla seconda edizione del contest promosso dalla divisione vaccini Sanofi Pasteur. Campagne di comunicazione sviluppate e lanciate da università, centri di ricerca, associazioni, società scientifiche, ASL e distretti sanitari. In lizza per il primo premio, i finalisti hanno partecipato insieme a trenta giovani creativi e comunicatori sotto la guida di mentor scientifici anche al primo hackathon italiano sulla comunicazione dei vaccini.

Questa mattina, nelle Officine Farneto di Roma, si è tenuta la finale di #PerchéSì che ha designato i vincitori del contest e dell’hackathon.

I vincitori del contest

Per la categoria “ASL e distretti sociosanitari” il linguaggio universale dello sport di ATS Milano Città Metropolitana e per la categoria “Università, Società Scientifiche, Ospedali, Associazioni e Fondazioni” il buon esempio dato dagli operatori sanitari dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari nella campagna sviluppata dal Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università.


È stato il medico dell’Inter a dare il fischio di inizio della campagna “Il valore dei vaccini… va in rete”. Così ATS Milano Città Metropolitana ha deciso di raccontare il valore della vaccinazione attraverso il linguaggio empatico, positivo, immediato e universale dello sport. La campagna ancora in corso ha coinvolto medici dello sport, la federazione medico-sportiva e i 49 ambulatori lombardi competenti attraverso attività social, claim divertenti ispirati agli sport e specifiche iniziative informative per i medici sportivi.

Qui il video racconto: https://youtu.be/ibQANYb97O0


In prima linea per dare il buon esempio sulla prevenzione antinfluenzale mettendosi in gioco al fianco del cittadino. Così il team di Vaccinarsinsardegna.org dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari ha sviluppato una campagna di comunicazione sulla vaccinazione diretta agli operatori sanitari dell’AOU di Sassari. La campagna #IoMiVaccino ha coinvolto anche la squadra di basket Dinamo Sassari come testimonial e protagonista di un flashmob nel campionato di serie A che ha coinvolto migliaia di tifosi presenti.

Qui il video racconto: httsyoutu.be/i9FcUgvSQuQ

Il vincitore dell’hackathon

Tante le nuove idee emerse dai trenta giovani creativi e comunicatori impegnati nel primo hackathon italiano sulla comunicazione dei vaccini. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato il progetto video e social “Challenge in a Tok” ideato da Andrea Giovinazzi, Giovanni Mosiello e Riccardo Arciulo. Un progetto che vuole coinvolgere i teenager attraverso il linguaggio dirompente di TikTok, stimolando l’interazione dal basso con il lancio di challenge video sull’importanza della vaccinazione.

I giovani creativi voleranno ad Atene per un viaggio-studio organizzato dall’Institute of Interaction Design di Copenaghen, riconosciuto a livello internazionale per il suo processo di innovazione totalmente basato sulla prototipazione e sulla multidisciplinarità dei team di lavoro. 

  • 2 Ottobre, 2019
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La festa dei nonni nella stagione dei vaccini. Conversano (HappyAgeing): “Prendersi cura di loro è anche garantire il diritto alla vaccinazione”

Riconoscere nei nonni una risorsa eccezionale che può servire a far crescere l’Italia, sia dal punto di vista sociale, attraverso la solidarietà tra le generazioni, che dal punto di vista economico, come emerso anche dagli ultimi dati di silver economy e analisi sociale non può prescindere dal raggiungimento di livelli di immunizzazione adeguati negli anziani. Il tema, affrontato lo scorso 12 settembre a Bruxelles sui tavoli della Commissione Europea al Global Vaccination Summit è perfettamente in linea con la filosofia di HappyAgeing che, proprio oggi, è in giuria di #PerchèSì il contest creativo che a Roma premia la miglior campagna di comunicazione a sostegno della vaccinazione.

L’invecchiamento sano non può prescindere dalla prevenzione e dalle immunizzazioni. “L’Italia è un Paese che continua a invecchiare e i nonni sono una risorsa indispensabile, curare il loro stato di salute psico-fisico e sociale è di primaria importanza”. A dichiararlo è Michele Conversano, Presidente HappyAgeing – Alleanza per l’invecchiamento attivo che, in occasione della Festa dei nonni che si celebra oggi 2 ottobre ha dedicato loro un’attenzione in più. “Attività fisica, alimentazione sana e prevenzione sono elementi importanti per una vita longeva e in salute. Ma a capirlo devono essere loro, i nonni che, proprio nella stagione dell’autunno, possono esercitare un diritto riconosciutogli dal Servizio Sanitario Nazionale: la vaccinazione. – continua Conversano – Come Alleanza per l’invecchiamento attivo, ci teniamo ad aderire e reiterare il messaggio lanciato in occasione del Global Vaccination Summit 2019 e a tenere presente le “Dieci azioni verso la vaccinazione per tutti”. Si tratta del prendersi cura di sé e di chi ci sta accanto. Se i nonni sono vaccinati, i nipoti sono protetti e viceversa. Tra l’altro – ha aggiunto il Presidente HappyAgeing – I vaccini per influenza, pneumococco e fuoco di Sant’Antonio sono già stati accolti dai livelli essenziali di assistenza e rappresentano un diritto per ogni anziano.”  È questa la puntualizzazione di Conversano che tiene a ricordare che si può avere un happy ageing ma soltanto tramite una healthy ageing.

Identikit e stato di salute dei nonni sono  forniti dai dati Istat. Gli over 65 anni e più sono 13,6 milioni, il 22,6% della popolazione totale. In Italia ci sono 173 anziani (65+) ogni 100 giovani (0-14), nel 1951 erano 31. È evidente come il peso di tale fascia generazionale stia crescendo progressivamente in rapporto al resto della popolazione, creando nuove prospettive oltre che di carattere sociale, anche di carattere professionale ed economico.

Vaccinarsi è un diritto e il periodo destinato alla conduzione delle campagne di vaccinazione, in particolare quella antinfluenzale è proprio quello autunnale. A partire dalla metà di ottobre fino a fine dicembre, fatte salve specifiche indicazioni. È lo stesso Ministero della Salute che raccomanda la vaccinazione, soprattutto nei soggetti di età pari o superiore ai 65 anni.  

  • 2 Ottobre, 2019
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Il Presidente Conversano nella giuria di #PerchéSì: viaggio nell’Italia che comunica il valore dei vaccini

Da Palermo a Milano, le dieci campagne finaliste della seconda edizione del contest che premia la comunicazione scientifica ed efficace saranno protagoniste della cerimonia di premiazione che si terrà il prossimo 2 ottobre a Roma. (altro…)

  • 30 Settembre, 2019
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Ricominciare dopo i 50 anni: come l’età influenza il ritorno al lavoro

di Carmela De Stefano

La salute, la mancanza di competenze specifiche e il livello di istruzione potrebbero ostacolare il reinserimento lavorativo degli over 50

Non è raro che dopo un periodo di disoccupazione, per motivi che vanno dalla precarietà del mondo del lavoro alle questioni familiari, ci si ritrovi nuovamente a 50 o più anni tra le fila dei disoccupati alla ricerca di un impiego. Se trovare un lavoro può essere già normalmente complicato di per sé, il reinserimento lavorativo per gli over 50 potrebbe esserlo ancora di più: l’età e il peggioramento delle condizioni di salute potrebbero comprometterne la ricerca. Uno studio qualitativo condotto su un campione di ex-lavoratori inglesi, di età compresa tra i 50 e i 64 anni, e pubblicato su BMC Public Health, ha valutato le percezioni e le esperienze vissute dai partecipanti durante la ricerca di un nuovo lavoro.

La prima cosa che è emersa dall’indagine è che nessuno dei partecipanti ha vissuto l’età come un fattore limitante. O, almeno, non in maniera diretta. Ma, indirettamente, altri problemi sarebbero legati all’invecchiamento, primo fra tutti: il peggioramento delle condizioni di salute. In particolare, per quei lavoratori specializzati in lavori manuali, o con malattie croniche o disabilità, il ritorno alla precedente mansione è frenato dalla preoccupazione di non essere più idonei per quel ruolo e di rappresentare più un ostacolo che una risorsa. In questi casi, il reinserimento in una nuova area lavorativa è ostacolato dalla mancanza di competenze specifiche e, spesso, anche dal basso livello di istruzione. Inoltre, la salute precaria impone un maggior numero di controlli medici, l’assunzione di più farmaci, più attenzione allo stile di vita. Molti degli intervistati si sono detti preoccupati dalla possibilità di non ricevere la giusta comprensione su questi aspetti da parte dei datori di lavoro.

I problemi di salute, i livelli di competenza e di istruzione dei partecipanti allo studio sono stati definiti fattori di micro-livello. Spostandosi a una visuale più ampia della questione, questi problemi sono aggravati da fattori definiti di macro-livello, come strategie di assunzione inadeguate, riduzione della domanda di lavoro locale e occupazione precaria. La flessibilità richiesta dal mondo del lavoro difficilmente è conciliabile con le esigenze dei lavoratori over 50, sia a livello micro che a livello macro. I contratti a zero ore, il lavoro a breve termine o stagionale, il tempo da dedicare all’acquisizione di nuove competenze aumentano l’incertezza del ritorno al lavoro poiché complicano la pianificazione delle visite mediche, dei pagamenti a fine mese, degli spostamenti per chi non dispone di un mezzo proprio, e sottraggono tempo da dedicare a nipoti o ad altri familiari ai quali si presta assistenza.

Sebbene nessuno dei partecipanti allo studio abbia indicato l’età come un problema per loro, in alcuni casi è stato un fattore discriminante per i datori di lavoro. Sono state percepite due forme di ageismo: la prima diretta, rappresentata dalla reazione negativa quando durante i colloqui viene detta l’età, e la seconda indiretta, quando ai candidati più anziani, che non hanno dimestichezza con i mezzi informatici, viene richiesto di candidarsi alle offerte di lavoro online.

In una società in cui si assiste al progressivo invecchiamento della popolazione e al conseguente aumento della percentuale degli ultracinquantenni che costituiscono la forza lavoro, sono necessarie delle politiche più inclusive per i lavoratori anziani. Delle politiche che tengano conto degli effetti che indirettamente l’età ha sia sui fattori di micro-livello che su quelli di macro-livello. Ed è necessario che anche i datori di lavoro facciano uno sforzo in più per andar incontro alle esigenze di salute degli over 50 con malattie croniche o disabilità.

  • 26 Settembre, 2019
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“Troppo vecchio per…”: uno stato mentale che limita la nostra vita

di Francesco Fuggetta

Happy Ageismo

I ricercatori dell’Università di Padova Diego Romaioli e Alberta Contarello spiegano le dinamiche legate ai pregiudizi nei confronti degli anziani

 Padova – “Sono troppo vecchio per farlo”: quante volte abbiamo detto o pensato questa frase, riferita alle attività più disparate? Eppure, non è un pensiero tipico degli anziani: anche i giovani, spesso, si sentono limitati per questioni legate all’età. Il tema è stato affrontato recentemente da uno studio pubblicato sul Journal of Aging Studies: gli autori sono Diego Romaioli e Alberta Contarello, ricercatori del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata dell’Università di Padova, che ci aiuteranno a capire meglio queste dinamiche.

La popolazione continua a invecchiare progressivamente: quali sono gli effetti di questo fenomeno?

“L’invecchiamento della popolazione è uno dei grandi temi discussi in varie agende internazionali, anche se l’opinione pubblica, mediamente, non è ancora ben informata al riguardo. Si tratta di uno stravolgimento demografico che ha e avrà ripercussioni in ambito sociale ed economico. Ad esempio, si prevede che nei prossimi trent’anni il numero di persone attive sul lavoro verrà superato dagli inattivi, con conseguenze importanti sui sistemi previdenziali e di welfare. Per quanto ci riguarda, da psicologi sociali, siamo soprattutto interessati a una trasformazione nei modi di pensare delle persone che questo comporta. Stiamo infatti vivendo un periodo per certi versi paradossale: gli individui vivono mediamente meglio di qualche decennio fa e più a lungo, ma persiste una visione di invecchiamento come periodo caratterizzato da perdita e declino. Molte ricerche in tutto il mondo, invece, mostrano oggi che la terza, quarta e quinta età possono essere periodi di vita con rinnovate possibilità sul piano dell’arricchimento personale; stagioni della vita in cui le persone possono essere ancora attive, coltivare passioni e interessi, sviluppare relazioni e vivere stati mentali di incrementato benessere e serenità. Chiaramente l’agenda politica deve essere in grado di garantire alcune condizioni di tutela agli anziani, sul piano economico e sanitario, ma la nostra esperienza ci ha permesso di documentare storie di vita davvero in controtendenza all’idea più condivisa dell’invecchiamento come declino”.

Quali sono i pregiudizi subiti più frequentemente dagli anziani?

“Dopo quello ‘razziale’ e legato al genere, il pregiudizio relativo all’età è tra i più diffusi al mondo. Un dato interessante che è emerso dalle nostre ricerche è che spesso gli anziani pensano all’invecchiamento in modi più positivi degli adulti, ma avvertono che la società in cui vivono esercita un pregiudizio verso di loro. In alcuni casi questo pregiudizio viene interiorizzato e può avere conseguenze negative sul benessere soggettivo. Vale a dire che se un anziano sta bene e ha risorse, ma immagina che le persone che lo circondano abbiano di lui un’idea negativa per via dell’età, potrebbe iniziare a dubitare delle sue stesse capacità e alla fine convincersi di non essere in grado di fare qualcosa. I pregiudizi verso gli anziani ci portano a credere che siano persone necessariamente con menomazioni fisiche e ridotta intraprendenza, solitamente non in grado di apprendere cose nuove. Molti studi sostengono, invece, che alcuni problemi fisici dipendono soprattutto da fattori come lo stile di vita, piuttosto che dall’età anagrafica e che le fasi avanzate del ciclo di vita sono le migliori per riscoprire attività trascurate in precedenza. Addirittura esistono ricerche su anziani over 70 che hanno iniziato a fare body building o a svolgere sport anche a livello agonistico. Una ricerca che abbiamo da poco attivato presso l’Università di Padova è focalizzata sugli studenti ‘maturi’: uomini e donne di 60, 70, anche 80 anni che si sono iscritti a corsi universitari con il desiderio di ampliare le proprie conoscenze e di conseguire una o più lauree in ambiti di cui si sono appassionati, ma che per ragioni di lavoro o altro non sono riusciti ad approfondire prima”.

In che modo sono state condotte le vostre ricerche?

“Le nostre ricerche sono svolte soprattutto attraverso interviste e particolari metodi di analisi del testo che ci permettono di ricostruire le conoscenze condivise degli interpellati. Partiamo da una premessa: il linguaggio che le persone impiegano per descriversi e raccontare i propri episodi di vita è la via maestra per accedere al loro punto di vista e alla loro esperienza nel mondo”.

A quali risultati siete approdati?

“Lo studio che abbiamo pubblicato più di recente  ci ha permesso di individuare una narrazione che abbiamo denominato TOF (Too Old For: troppo vecchio per), vale a dire un’abitudine retorica che porta le persone – non solo anziani, ma anche giovani e adulti – a descriversi come troppo vecchie per svolgere determinati compiti o attività. L’aspetto che ci ha sorpreso è stato ritrovare questa narrazione anche tra i ventenni e notare come l’idea di ‘vecchio’, intesa in senso dispregiativo, tendesse a variare a seconda dell’età: per un ventenne è il trentenne ad esserlo, per il trentenne il quarantenne, e così via. Chiaramente, il credersi troppo vecchi per… può limitare pesantemente il potenziale di vita di un individuo. Questo perché la mente funziona in un modo particolare: basta credere che una cosa sia vera, per renderla più probabile e farla accadere. Ecco perché è importante contribuire a disseminare discorsi utili e più funzionali rispetto all’invecchiamento”.

Quindi, secondo le testimonianze raccolte, il sentirsi “troppo vecchio per fare qualcosa” non dipende dall’età ma è uno stato mentale…

“Esattamente! Sentirsi troppo vecchi per fare qualcosa è chiaramente uno stato mentale e quindi indipendente dall’età. Ma quello che è importante sottolineare è che questo stato mentale risente moltissimo della cultura in cui siamo immersi e del tipo di discorsi che circolano attorno a noi. In altre parole, l’idea che alcune attività possano essere svolte o non svolte solo a determinate età è una norma sociale, più che un dato incontrovertibile o un destino. E quindi è suscettibile di cambiamento”.

Quali sono i limiti e le rinunce che ci auto-imponiamo in quanto “troppo vecchi”?

“I più vari. Dai nostri studi emergono alcune rinunce ricorrenti a seconda della fascia d’età, ma siamo convinti che il TOF possa essere decisamente subdolo e condizionare la vita degli individui in modi ancora inesplorati e imprevedibili. Tra i nostri partecipanti, i giovani sembrano pensarsi troppo vecchi per riprendere un percorso di studi dopo una breve pausa o un rallentamento. Questa narrazione può contribuire almeno in parte a generare il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training, i giovani che non lavorano, né studiano), una tra le problematiche sociali più rilevanti nel nostro Paese. Gli adulti sono quelli che hanno mostrato di avere un’idea di invecchiamento più negativa. Tendono a pensare che sia ‘troppo tardi’ per prendere decisioni di svolta in ambito lavorativo o relazionale e, in genere, iniziano a restringere il proprio campo di interessi e attività per lo spauracchio della vecchiaia. Gli anziani, ancora, rischiano di ridurre anzitempo le proprie attività, di rinunciare a progetti e di impedire a se stessi di impegnarsi in compiti che richiedono l’apprendimento di cose nuove”.

Cosa possiamo fare per invertire questo pensiero limitante?

“Dal nostro punto di vista l’idea di essere troppo vecchi è innanzitutto una narrazione, un ‘si dice’ al quale molti possono opporre resistenza. Preferiamo non dire ‘tutti’ perché il gruppo di partecipanti da noi analizzato non includeva persone non abbienti, non scolarizzate o gravemente malate. Per questi la narrazione dell’essere troppo vecchi potrebbe essere anche un modo per descrivere le loro condizioni di vita e se una persona è ammalata o fa fatica a trovare di che mangiare, combattere gli stereotipi può non essere prioritario. Detto questo, abbiamo in effetti rilevato molteplici modi attraverso i quali le persone sfidano questo pregiudizio, utilizzando quelle che chiamiamo ‘contro-narrative’. Ad esempio, alcuni intervistati erano determinati a conservare il loro modo d’essere giovanile. Usavano l’espressione ‘forza di volontà’ per riferirsi al loro impegno di rimanere forti, vivaci e impegnati a tutti i costi. Altri erano consapevoli degli stereotipi e si sentivano in dovere di combatterli. Altri ancora sentivano di dover semplicemente agire nel modo in cui agivano; erano spinti dal desiderio di essere così come erano e tendevano a riconoscersi nelle attività che svolgevano: “se non continuo a correre, non sono più la persona che pensavo di essere!”. Non si tratta quindi di prescrivere una ricetta, ma di prendere consapevolezza che la narrazione del ‘sentirsi troppo vecchi’ è un luogo comune e, come tale, va usata con prudenza. Ciascuno, in base alla propria biografia e inclinazioni, potrà trovare un proprio modo per rompere questo pregiudizio e magari, conversando con amici e conoscenti, potrà proporsi come nuovo modello per ridefinire gli standard attorno all’invecchiamento. Da quanto emerge anche da altri studi, comunque, la soluzione non è tanto quella di continuare a emulare un attivismo frenetico, quanto di non rinunciare alle opportunità che la vita quotidianamente presenta, accogliendo anche un lato contemplativo e più rilassato del vivere”.

  • 24 Settembre, 2019
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HappyAgeing è l’Alleanza italiana per l’invecchiamento attivo, nata nel 2014 per promuovere nel nostro Paese politiche e iniziative volte a tutelare la salute dell’anziano e a sviluppare le indicazioni della Commissione europea sul fronte dell’invecchiamento attivo. Di HappyAgeing fanno parte European Interdisciplinary Council on Ageing (EICA), Federsanità, la Società Italiana di Audiologia e Foniatria, la la Società Italiana di Geriatria e Gerontologia, la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio, la Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa, la Società Italiana di Igiene, i sindacati SPI CGIL, FNP CISL, UIL Pensionati, e la Federazione Anziani e Pensionati ACLI. Le modalità operative dell’Alleanza si realizzano attraverso la confluenza di tutte le realtà che si occupano del benessere degli anziani e lo sviluppo e la replicazione sul piano nazionale di esperienze realizzate con successo nel contesto locale e validate scientificamente dai partner di HappyAgeing.

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